Se Federico II fece costruire proprio qui Castel Del Monte, ci deve essere un motivo “.

Con una bella chiacchierata Pasquale Gadaleta, è così che parla ad APULIART CONTEMPORARY della sua pratica artistica di riscoperta e visionaria autocoscienza dove passato e presente si fondono in un tempo sospeso di dialogo con artisti del passato, lo spirito orientale incontra nel segno grafico, pulito e geometrico napoletano.

Ti ricordi quando hai iniziato ad interessarti al mondo dell’arte e sopratutto al lavoro come artista?

Quando frequentavo la scuola materna, ero attratto dai dettagli, per esempio disegnavo i lacci delle scarpe. Avevo dieci anni quando ricevetti da mia madre il regalo più bello che potessi desiderare: una valigetta con i colori ad olio.

Non saprei dirti se lavoro come artista, ma posso dirti che ritengo la cosa più naturale del mondo disegnare e lavorare con le mani, per me è necessario. Del resto sin da piccolo nel panificio di mio padre lavoravo la massa e sigillavo le due estremità dell’impasto per realizzare i taralli.

Quali sono le tematiche di ricerca della tua pratica pittorica?

La pittura di paesaggio en plein air, la magia che tramette il volto di un’icona sacra, intendo anche icone a me vicine, contemporanee come i cosiddetti “locals”, gente che incontro nel paese e che mi affascina. La musicalità di uno schizzo dal vero su carta, poca testa e più istinto, coltivare l’inutilità e l’ingenuità ogni tanto fa bene, io sperimento moltissimo, devo sbagliare molto per scoprire nuove strade da imboccare, sento la necessità di perdermi e nel gioco spesso trovo la strada maestra.

Per esempio nel mio percorso di ricerca, mi ritrovo spesso a dialogare con artisti che non sono più in vita. Nonostante la morte, il loro lavoro è vivo e mi serve, posso benissimo decidere di dipingere come Picasso o di disegnare come i pittori della magna Grecia.

Pasquale Gadaleta, Mino , inchiostro su carta velluto, cm 34×49, 2020.

Quali differenze noti fra i tuoi esordi e oggi?

Prima mi lasciavo ispirare da artisti capaci di creare opere immense, d’impatto. Tuttora mi piace quel tipo di pittura, ma ricerco sempre di più il piacere di dipingere un’arancia. Hai presente gli studi del Vesuvio su piccolissime tavolette di legno del grande impressionista Giuseppe De Nittis? Ascoltare la melodia di un quadro di Licini, vedere i disegni di Pascali, capire e riconoscere il suo gioco. Questo mi interessa oggi.

Quali sono le suggestioni e visioni che riporti nella tua pittura dall’arte del passato?

Mi piace tutto ciò che è passato, penso spesso di avere una sensibilità più simile a quella dell’archeologo che a quella dell’ “artista contemporaneo”. Mi piace la screpolatura della pitturata pompeiana, mi piace il segno grafico, fresco e leggero delle silhouette della pittura vascolare, mi suggestiona la ceramica cosiddetta indigena-geometrica, peuceta e dauna. Mi piace il rosa più bello che abbia mai incontrato, quello dei vasi e delle magiche figurine in terracotta di Canosa di Puglia.

Pasquale Gadaleta, Pale, cartone e smalti, cm 120x 80, 2020.

La tua formazione artistica è prettamente milanese, poi decidi di ritornare a Ruvo, la tua città d’origine. Cosa ti ha portato a fare questa scelta? E cosa hai ritrovato e non in Puglia?

Ho scelto Milano la grande metropoli, ho studiato a Brera, poi l’amore è finito. A casa mi sto riabilitando fisicamente, visivamente e poeticamente. Ho ritrovato cieli immensi e profumati. E poi, se Federico II ha fatto costruire il Castel Del Monte proprio qui, ci sarà un motivo .

Oltre ad essere un giovane artista, sei anche un giovane professore. Cosa significa per te, educare all’arte? E come l’insegnamento contribuisca alla tua pratica artistica?

Insegno discipline plastiche scultoree da tre anni nel liceo artistico di Bitonto. Utilizzo un approccio che privilegi la libertà espressiva dell’allievo proprio perché stimola e l’interesse, determinando una naturale concentrazione e attenzione.

La scultura è un linguaggio espressivo che richiede rigore tecnico ed esercizio mentale, non è solo riducibile ad atto tecnico, è soprattutto forma di conoscenza della realtà, di percezione delle cose che costituiscono il mondo e di comprensione delle loro reciproche relazioni.

Pasquale Gadaleta, Autoritratto, olio su carta , 2020.

Nella tua pittura, ricorrono spesso degli autoritratti che intervallano paesaggi, nature morte. Cosa significa per te la capacità di auto-ritrarsi? Cosa rappresenta? Una forma di autocoscienza o di liberazione catartica da se stessi?

L’autoritratto è una forma di riconoscimento. Lo realizzo in maniera spontanea, soprattutto quando percepisco la fine di una fase di ricerca oppure quando mi sento smarrito. Poi bisogna anche considerare che sono un bel modello a disposizione di me stesso, anche perché sono sempre solo quando dipingo.

Ci sono alcuni tuoi lavori come “Pantano”, che trasportano in una dimensione onirica e metafisica. Quali sono le influenze di questi dipinti?

Dipingo il Pantano perché quando ho preso possesso dello spazio che ospita il mio Atelier, sono rimasto colpito immediatamente dalla visuale che offriva. Il Pantano è un soggetto quasi metafisico, rappresenta per me la “Città ideale” come quella conservata all’interno del Palazzo Ducale di Urbino. E’ vivo, ogni giorno il colore della vigna cambia, verde ramarro in primavera, per poi spogliarsi completamente in pieno inverno quando gli arbusti si trasformano in piccoli crocifissi collegati tra loro. Mi piace soprattutto quando piove, mi ricorda i paesaggi fluttuanti che ho visto in Cina, non mi stanco mai di dipingerlo.


Quali sono i tuoi piani futuri? Al momento stai lavorando a nuovi progetti/lavori?


Questa è la stagione perfetta per uscire a dipingere all’aperto, carico la macchina e parto. Di solito non riesco a progettare nulla anche per incapacità, ma comunque non ho nuovi progetti nello specifico. Ringrazio Apuliart Contemporary per la bella chiacchierata. Buona giornata creativa a tutti. Vi voglio tanto ben!

Pasquale Gadaleta, Pantano immaginato, olio su tela, 2020.
Pasquale Gadaleta, Octopus on the refrigerator, olio su tela, 2020.

BIO

Nato a Terlizzi (BA) nel 1988. Attualmente vive e lavora a Ruvo di Puglia (BA). Si trasferisce a Milano nel 2008 per studiare all’Accademia di Belle Arti di Brera, crea la sua prima mostra personale “What a game we play” di Luciano Inga-Pin nello stesso anno alla Galleria Inga-Pin (Milano).

Nel 2012 ha vinto il premio Sculpture, Academy Pride, Pinacoteca Albertina (TO). Tra i vari investimenti, quelli del 2013 per le residenze di VIR ViaFarini in Residence (Milano) e The Blank Residency (Bergamo). Ricordiamo la residenza Synchronicity del 2016 ad Anhui Shexian (Cina) seguita dalla mostra collettiva presso la MOCA Westlake Gallery di Hangzhou (Cina) dello stesso anno e dalla mostra collettiva “Some Velvet Drawing” per Art Verona nel 2015 a seguito della residenza d’arte Verona, Camping Castle San Pietro (Verona).

Galleria Marrocco

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2020-06-24